Kidisì

la "voglia di esprimersi" incapace di farlo

Categoria: Articolo

  • Checco Zalone: appagante e scorretto

    Inauguro l’anno sfruttando un tema, tanto scottante, quanto sempre presente nel discorso pubblico da ormai 15 anni. E come le migliori iene, che depredano un corpo già razziato a volontà, sentivo la necessità di parlare della Maschera che ha definito il panorama comico italiano più recente: Checco Zalone.

    È un personaggio che cattura tutti, un fenomeno indiscusso di comicità. Tanto che ormai è più strano che non sfondi il botteghino che il contrario. Come in un focolaio tradizionale, Checco ci riunisce tutti per ridere e stare insieme. E successo dopo successo non erano casuali.

    La formula funzionava: si metteva qualche canzoncina, due battute populiste e si prendeva una tematica calda di quegli anni buttandoci un italiano un po’ – tanto – pugliese ad affrontarla. Che fosse l’omosessualità, il terrorismo islamico o addirittura l’immigrazione, il suo personaggio veniva travolto da questi mondi a lui del tutto sconosciuti. E noi giovanissimi crescendo ridevamo, ridevamo perché inconsapevoli quanto lui. Sapevamo certe parole per un sentito dire o perché venivano menzionate continuamente sui telegiornali. Ciò che non potevamo comprendere era che anche gli adulti lo vivevano così: ridevano, perché anche loro non capivano.

    Era una commedia che ci appagava della nostra ignoranza. Ridevamo della sua ignoranza, perché era solo un gradino sotto la nostra.

    Recentemente mi è capitata sotto mano una intervista fatta da Jacobin Italia a Caparezza¹, dove menzionava di come l’Italia non sia di destra, quanto populista. E questo mi ha fatto riflettere. Mi ha fatto mettere in discussione nuovamente cosa sia la destra e soprattutto ha rivelato zone d’ombra celate da quel velo campista che mi piaceva indossare. Il populismo punta alla semplificazione delle cose, punta a disegnartele nella maniera più intellegibile possibile, insomma lo sforzo deve essere nullo.

    Sicuramente la ricerca di appagamento attraverso i semplicismi non è roba recente, ma è innegabile che negli ultimi 50 anni il processo è stato decisamente più rapido. Alla fine degli anni Settanta i comunisti si erano imborghesiti, faceva intendere Scola, e Michele Apicella doveva ricorrere alla volgarità per vincere un dibattito culturale. E poi ci son stati gli anni degli imprenditori, dell’antipolitica, della comunicazione sempre più rapida. Il muro era caduto, la storia era finita. Insomma, si era arrivati alla fine dei primi anni Duemila in cui la critica era diventata opinionismo, la complessità è stata lasciata agli intellettuali del secolo scorso ed un comico è diventa leader di un movimento politico – andato successivamente al governo.

    Per citare Francesco Alò in un recente talk dei Criticoni su Buen Camino², la maschera di Luca Medici si inserisce insieme a quello di Ceto La Qualunque o i Soliti Idioti ai mostri contemporanei. Creature nate per vincere con l’ignoranza. Noi amiamo Checco perché è l’eroe semplice che riesce, come in una chiacchiera da bar, a trovare la soluzione su avversità come il terrorismo o la burocrazia italiana. Però non è un eroe epico, è uno come noi – una persona piena di vizi, caratteristica anche dell’essere italiano.

    Insomma, qualcuno che non è criticabile perché siamo tutti come lui.

     E questo non lo esime dall’essere colpevole di aver contribuito al conformismo di questo tipo di ideali.  Ma oltre ad aver desertificato la critica ed azzerato la complessità, un altro elemento della sua ricerca all’appagamento collettivo è uno che superficialmente risulta essere contradditorio. Il suo essere politicamente “scorretto”. Tuttavia, una volta scavato poco più in profondità diventa palese il perché sia conforme alla ideologia di cui si fa carico. Sempre per citare Alò, potremmo parlare di fatto di politicamente “sorretto”. La destra governativa lo elogia e ne proclama l’appartenenza, la sinistra ne esalta l’acume, l’intelligenza e ne proclama l’appartenenza. Quindi, in sostanza, la sua scorrettezza non tange chi di dovere, ma anzi li gratifica ulteriormente. E non solo questo, perché in effetti attacca principalmente chi è già attaccato fuori dalla sala. Il suo essere gratificatore gioca quindi anche il ruolo di normalizzare certi comportamenti. Rendendo palese il fatto che non esista qualcosa di più appagante quanto l’avere ragione e il poter essere un tocco più “scorretti”. E questa tanto agognata scorrettezza, diventa scappatoia per ledere ciò che comunemente chiameremo senso comune. Stesso senso comune – ovviamente non la contrattura individualista decantata oggigiorno – che siamo arrivati a gettare in un contenitore perfettamente bersagliabile da chi vuole, più di tutti, che i propri privilegi capeggino ancora sulla struttura della società.

    È innegabile quindi che Checco Zalone, esista per farci ridere nel nostro comfort e nei nostri vizi. Le sue intenzioni non sono quelle di scomodarci o scandalizzarci, ma anzi di consentirci la totale libertà ad essere del tutto anestetizzati davanti alle complessità del mondo.

  • Non fasi, ma forme del Capitale

    Ad oggi una voce sempre più silente, appartenente giusto alla polemica evocata una tantum dai leader dei partiti di centro-sinistra, giusto il Primo Maggio, è quella del proletariato. Questi più che mai, non trovano voce in capitolo.

    Il proletariato occidentale è vittima, da oltre 50 anni, di una forma lavorativa che va ad assottigliare la linea di confine tra vita e lavoro. Il postfordismo, grazie alla sua flessibilità, accentua ulteriormente l’alienazione del lavoratore rispetto alla sua vita stessa. Questi smette di identificarsi come persona e diventa uno specifico lavoratore a tutto tondo, pronto ad interfacciarsi a nuove sfide sempre dietro l’angolo.  Seguendo la figura culturale dell’imprenditore – somma divinità contemporanea-, questo lavoratore specializzato non può che interpretare il proprio sacrificio come “imprenditoria di se stesso”. Ed in una dinamica in cui si nasconde sempre la novità e la sfida dietro, i ritmi produttivi devono essere sovraumani. Così facendo i lavoratori vengono placati dal rinnegare questa loro nuova essenza, diventando delle perfette macchine nel sistema. Se questi reputassero che comunque, nella loro vita vi ci siano dei problemi, essi vengono traslati in reazioni culturali, piuttosto che in questioni di classe.

    Con il globalismo e con le dinamiche postfordiste del lavoro si sono andate a creare delle spaccature apparenti – e non di meno volontarie – nella stessa classe dei lavoratori su scala internazionale. Il costo ridotto della manodopera in Paesi in via di sviluppo crea uno scalino non indifferente tra la qualità di vita del lavoratore occidentale e del lavoratore “estero”. 

    Poiché, dove avvengono le principali estrazioni di materie prime, le condizioni vergognose del lavoro non sono alterate tanto. Infondo queste dinamiche di natura suprematista e coloniale ad oggi continuano ad esistere anche entro i confini di Stati nazionali: vivono tra vecchi volti, che contribuiscono a dare beni ma ad impedire un rilancio economico (la beneficenza di Natale, come mi piace chiamarla), e nuovi volti, pronti a contribuire ad un lieve vantaggio economico di pochi per ricevere grandi offerte interfacciabili al mercato mondiale grazie agli export.

    Non starò sicuramente a fare nomi dei singoli Stati o delle singole attività che contribuiscono questo scempio – poiché spero siano chiare – ma ciò che vorrei mettere in chiaro è che il proletariato esterno al panorama occidentale, è il più silenziato. Persone che non sono persone, che non devono esistere.

    Gli unici lavoratori veramente riconosciuti sono i tanto reiterati bambini nelle fabbriche e nelle miniere, però solo perché vengono usati come elemento scandalistico. Il pubblico generalista conosce questi orrori, interrogandosi su di essi solo ed unicamente quando impattati dallo scandalo ed inoltre ignorando cosa si trovano davanti. Per loro lo scandalo deriva dal bambino-lavoratore e non dal lavoratore-bambino. Il primo è uno scandalo etico: è il bambino – nella sua innocenza e fragilità – che viene sfruttato. Il secondo invece è una denuncia storica: i bambini vanno contestualizzati nella realtà in cui vivono, ovvero una in cui devono essere lavoratori.

    Ed attenzione, il mio non punta ad essere determinismo, anzi, va contro quell’implicito determinismo a cui queste masse sociali devono sottostare.

    Il lavoratore-bambino esiste in un contesto in cui è necessario essere lavoratore in due ambiti: produttivo e sociale. Partendo dal secondo, è chiaro che questa necessità di avere un lavoratore-bambino derivi dalle necessarie spese entro cui una famiglia (o comunità) debba rientrare per garantire la sopravvivenza di tutti. Quello produttivo, d’altro canto, si interfaccia alla realtà estrattiva od industriale entro cui questi lavoratori sono posti. Come previamente menzionato, in questi Paesi la garanzia economica si basa sugli export dovuti alla quantità e costo della manodopera. Maggiore sarà il numero di manodopera, maggiore sarà il profitto del proprietario, maggiore saranno le possibilità di sopravvivenza della comunità del lavoratore.

    È qui che il lavoro minorile trova la propria voce in capitolo.

    Un’inesauribile richiesta da parete del mercato – non del consumatore – garantisce un proficuo profitto a chi detiene i mezzi di produzione e allevia – non sempre – le necessità del proletariato. In questa macchina, entra in funzione anche una parte che per il momento ho omesso dal discorso sul lavoratore-bambino… il bambino. Questi infatti è facilmente malleabile poiché non ancora inserito in un sistema. Se quel sistema diventa la sua realtà, diventa più difficile che se ne ribelli; se venisse a mancare anche di una forma di educazione – che anzi qui viene sostituita dalla disciplina produttiva – diventa ancora più impossibile che si rimuova da quel tipo di sistema.

    Questi lavoratori ci sembrano bambini, ma lo rimangono solo nella loro fisicità: l’aspetto e lo sviluppo intellettuale.

    Lo sfruttamento perpetrato in questa “altra” realtà globale non presenta affatto dinamiche postfordiste, se non quella di adattarsi ad un ritmo di produzione sempre più avanzato e ad una richiesta di mercato-mondo. Dimostrazione del fatto che il capitale si affacci al mondo in maniera globale, ma che non si evolva univocamente. Al capitale servono le realtà nazionali, serve che si formino delle periferie sfruttabile a favore di un profitto che si centralizzi in pochi nuclei avanzati.

    E l’unico modo per garantire questo successo? Deumanizzare, atomizzare e silenziare i lavoratori.

  • L’eredità di Disco Elysium: le fenici di ZA/UM, Parte I

    Ieri – 11 ottobre – dalle ceneri dello studio estone ZA/UM sono nate tre fenici con un compito: darci un sequel spirituale di un videogioco tanto amato.

    Il videogioco in questione è Disco Elysium (2019), un cRPG che rispolvera le vecchie meccaniche del genere – basandosi su opere come Planescape: Torment (1999) o Fallout (1997) – e le rinnova. Potrei spendere tante parole per introdurlo, ma tanto nel corso del prossimo articolo parlerò in maniera più approfondita di cosa lo abbia reso speciale.

    Andiamo con ordine. Parliamo del contesto da cui nasceranno queste tre(+1) “fenici”. Robert Kurvitz, Aleksander Rostov e Helen Hindpere, rispettivamente lo scrittore principale – e uno dei fondatori di ZA/UM, nonché creatore di Elysium -, il direttore artistico e la scrittrice principale della Final Cut (2021) nel 2022 vengono licenziati. Non entrerò nei dettagli di cosa tutto sia successo, ma basti sapere che da quel momento lo studio si è esponenzialmente dato la zappa sui piedi, puntando al solo guadagno grazie a contentini nei confronti di azionisti e investitori. Infine, toccando il fondo – per ora – quando a inizio del 2024 è stato attuato un licenziamento di un terzo del team dovuta alla cancellazione del progetto X7, ovvero un possibile sequel di DE. A noi fan di tutto questo, rimane solo il dolore che non potremo più mettere piede ad Elysium come era stato concepito, dato che la proprietà intellettuale ora appartiene a ZA/UM e non più Kurvitz.

    Con questo in saccoccia, parliamo di queste tre(+1) fenici. Quali sono i loro intenti? Serviva?


    Dark Math Games

    Partiamo dalla Dark Math Games, la quale tra tutte è l’unica che ha presentato un trailer del gioco. Con XXX Nightshift abbiamo già una visione delle ambizioni e degli intenti, ovvero riproporci la stessa minestra che era Disco Elysium. Non bisogna essere precipitosi, ma i fatti parlano chiaro: ti provano forzatamente a ributtare nel gioco.

    A quanto pare non stanno puntando a ricreare l’esperienza che vivi nel “prequel” spirituale, quanto ingannarti che la potrai rivivere. Oltre alle abilità rese frammenti dell’Io, l’interfaccia identica e dialoghi quasi 1:1, con la ricreazione della scena introduttiva di DE sembra – spero sia solo un bait da parte del trailer – che la loro idea sia quella di usare dei momenti chiave per ricreare le stesse sensazioni che hai vissuto in passato. Data l’ambientazione festosa a cui stanno puntando, non mi stupirei della presenza di un karaoke o di un ballo trascendentale. Però a detta del co-fondatore Timo Alberts:

    Additionally to innovating the traditional RPG mechanics, we’ll bring something fresh to the table, You will see. And of course, a few less words. And a few more bullets, perhaps. In total: lot more fun.1

    Ok, mi sbagliavo. Si potrà sparare di più. Abbiamo tra le mani un gioco *completamente* diverso.


    Longdue

    Se con lo scorso studio abbiamo visto un tentativo più diretto di riportare Disco Elysium sul mercato, con Longdue abbiamo al momento la base di un progetto più originale. Con un team di 12 persone – tra cui troviamo sviluppatori provenienti da ZA/UM, Bungie e Rockstar – il loro obbiettivo è dare un contributo al genere del cRPG.

    Purtroppo per il momento abbiamo solo *un* disegno e delle idee di ciò che sarà, ma dimostrano già di avere un piano interessante. Infatti un elemento chiave del gioco sarà la psicogeografia e il come verrà applicata. Teorizzata dal situazionalista Guy Debord, questa è il rapporto che esiste tra soggettività e ambienti circostanti, ovvero che uno plasma l’altro e viceversa. Questo concetto verrà reso concreto, poiché a seconda delle scelte che farai, l’ambiente di gioco e i suoi personaggi subiranno delle sostanziali modifiche. Mi permetto solo di dire che sono un po’ ambiziosetti nel dire:

    We’re building on the legacy of foundational story-driven RPGs and joining the modern classics as we step into the future. Our goal is simple: be a trusted name in the greater RPG canon. We’re Longdue, and we’re here to leave our mark.2


    Eternal Summer

    Per questo studio è necessario menzionare che uno dei fondatori è Argo Tuulik, caro amico d’infanzia di Kurvitz, co-creatore di Elysium e “ultimo scrittore alla ZA/UM”. Dopo la cancellazione di X7, lui e altre 24 persone, tra cui Dora Klindžić, vennero licenziate. Probabilmente è da questa ingiustizia che Tuulik e Klindžić hanno deciso di creare uno studio nuovo con un intento chiaro e diretto:

    Artistically driven.

    Creative led.

    Worker *and* players owned.

    Con la carica del Manifesto del Partito Comunista, il blog di Eternal Summer non ci presenta tanto un gioco, quanto un manifesto per il *videogioco*.

    Se con gli studi menzionati prima il discorso è stato più semplice, con questo ci troviamo nella ardua posizione di tagliare tanto e mettere solo concetti chiave. Quindi mi concedo di menzionare solo la ricerca di un’alternativa all’idea di *industria* del videogioco e il loro intento di creare un pezzo di cultura letteraria attraverso un gioco di ruolo. Ciò che ho colto dal primo punto è la necessità di avere trasparenza e di collettivizzare i propri guadagni; ciò che ho colto invece dal secondo è il potenziale culturale che il videogioco deve raggiungere. Insomma, per riassumerlo in poche parole, vogliono ridare dignità all’arte dei videogiochi e il potenziale artistico dei suoi lavoratori.

    il Manifesto è veloce da leggere, se avete tempo dategli un occhiata.

    Che sia il 0,0001% di comunismo ricostruito oppure qualcosa di impattante sull’industria videoludica lo scopriremo solo vivendo.


    Red Info

    Il +1. Ho deciso di renderlo tale non solo perché non è stato annunciato l’11 ottobre, ma anche perché non ha avuto un annuncio ufficiale.

    Dopo il licenziamento, Kurvitz e Rostov si sono subito mossi per creare un nuovo studio. Ma possiamo sapere della sua esistenza solo grazie a gov.uk, in cui è registrata la proprietà a nome di Kurvitz. Oltre a questo sappiamo che è sostenuto dalla NetEase, una grossa compagnia cinese.

    Concludiamo così questa introduzione ad un discorso che si può anche applicare ad altri videogiochi: Disco Elysium è irripetibile? Vedremo nella seconda parte.

    Nota dell’Autore: Probabilmente sul Manifesto di Eternal Summer potrei spenderci qualche parola in più, ma non è quello l’intento della seconda parte. Magari una terza parte oppure qualcosa a se. Vedrò.

    1. https://www.gematsu.com/2024/10/former-disco-elysium-developers-establish-dark-math-games-to-develop-detective-rpg-xxx-nightshift ↩︎
    2. https://www.longduegames.com/ ↩︎