Kidisì

la "voglia di esprimersi" incapace di farlo

Categoria: Post

  • La Seconda Amministrazione Trump – 3 settimane dopo

    Sono passate quasi 3 settimane e già mi sto rompendo di svegliarmi ogni giorno con una notizia che parli di rimozione di diritti oppure che “x sta seguendo le orme di y”. E purtroppo quell’y sappiamo benissimo chi sia.

    Quando fu eletto, nel mio cuore sperai che tutte le cose dette come un cane rabbioso in campagna elettore fossero solo propaganda e si riducesse a fare i propri porci interessi come nella prima amministrazione. Ma no. Sotto dei riflettori, tra lo scrosciare di applausi, inizia le sue esecuzioni. Basta solo carta e penna e in quel momento spettacolare segna il destino di migliaia? Milioni, miliardi di persone.

    Inizia così il suo shit show.

    Don Colossus – una statua che sarà bella da vedere senza piedi

    E questo spettacolo continua imperterrito; infondo una rappresentazione teatrale di tale portata non può che dover fare delle repliche ed un tour mondiale. Eppure se fosse solo teatro, rimarrebbe nella finzione. Qui ci sono quattro anni di recondita vendetta diretta a chi gli ha vietato di fare come cazzo gli pareva. Qui non c’è un credo, ma solo affermazione di potere. E se Lui è mosso da vendetta, i suoi cari amici e colleghi gli stanno accanto per portare messaggio simile: ora possono fare quello che vogliono. Siamo davanti un’orgia di persone che stanno a pecora, di persone che gli stanno sugli stivali, ed anche persone che  – malauguratamente per le condizioni in cui si troverebbero altrimenti – si fanno molestare, sperando che almeno questo sazi i capricci dell’imperatore. La corte dell’imperatore è aperta a chiunque si degni di porgere i dovuti omaggi a chi di dovere… e chi non può, problemi suoi.

    E questo mi fa malissimo. Io sono sempre stato lontano dal catastrofismo, eppure con questa amministrazione in neanche 3 settimane sto perdendo tutte le speranze. Cerco di pensare che “qualcosa di bello sta per accadere”, ma non ci danno tregua e respiro. Sento un grosso stivale su di me che mi impedisce di avere pensieri positivi sul futuro, se proseguiamo su questa strada. Svegliarmi e leggere della “Riviera su Gaza”, di Guantanamo Bay, della forzata binarità di genere e di tante altre notizie immaginabili solo come becera propaganda, mi fa sperare che tutto questo sia un incubo.

    Perché, purtroppo per me, non seguo le regole individualiste e atomizzanti che man mano stanno inghiottendo il mondo e quindi, rispetto a quei presunti “cristiani” che si fanno chiamare tali, io al prossimo ci penso. Che siano amici, nemici, sconosciuti, nel momento in cui diventano classe oppressa, il mio pensiero va comunque a loro. Il mio pensiero va per assurdo, anche a tutti coloro che attraverso il voto ci hanno portato in questa situazione. Perché quasi sicuramente molte di quelle persone sono ignoranti, acciecate da finte promesse e cibate di propaganda inetta affinché il nemico sia l’Altro.

    E sì, se vogliamo essere più cinici, più vicini alla in-sensibilità contemporanea, anche io che sono un individuo maschio cis piccolo borghese occidentale, perderò qualcosa. Anche io ho timore del mio stesso futuro. Prima di sicuro vedrò tante amiche ed amici andare e poi, quando arriverà anche il mio turno, finirò a Ustica: magari come oppositore politico, magari come ultimo dei sognatori. Però non dobbiamo stare al loro gioco.

    È  importante tenere a mente un’ultima cosa: la perdita di fiducia e di speranza è ciò che loro vogliono. È ciò che Bibi, Donald, Elon e tanti altri come loro vogliono. Vogliono vedere il mondo ai loro piedi, vogliono essere l’unico faro in questa notte, ma

    In dark times, should the stars also go out?

    -Steban, the Student Communist – Disco Elysium: The Final Cut, 2021

    Probabilmente questo stesso post in futuro sarà una mia condanna, ma era un peso troppo forte, troppo esteso da poter tenere dentro. Perché dopo aver scritto, letto, corretto questo post, riesco, almeno, a rivedere le stelle.

  • L’eredità di Disco Elysium: le fenici di ZA/UM, Parte II

    PRIMA PARTE [per chi non l’avesse letta]

    A fine Ottobre 2024 Riaz Moola – appartenente al team di Longdue – insieme alla ZA/UM, muovono delle minacce legali nei confronti di Argo Tuulik, Dora Klindžić, Eternal Summer e la Dark Math Games. Allo stato attuale, dalla Dark Math Games non si hanno novità sul fronte legale, quindi possono essere rimaste solo minacce. Invece concreti sono diventati gli intenti mossi contro la Eternal Summer, a cui è stata tolta, almeno sino ad Aprile 2025, la possibilità dei creatori di metterci mano. Ad oggi, 7 Gennaio 2025, sappiamo che Argo Tuulik è rimasto senza casa, con moglie e gatti a cui badare, dovendo attivare una campagna GoFundMe per potersi coprire le spese legali e per sopravvivere l’inverno.

    Questa nota iniziale non si dilungherà oltre, ma era necessario che andasse riportata.

    Con il post di oggi non si guarda ad una possibilità, ma ad una impossibilità.

    Disco Elysium è irripetibile?

    Come discorso credo sia già stato fatto decine e decine di volte, eppure purtroppo si usano sempre le stesse parole: “Disco Elysium è unico per l’esperienza che ti dona”.

    Piuttosto che martoriare ulteriormente questo corpo, conviene invece sforzarsi a concretizzarlo in fatti. La mia intenzione è quella di creare un confronto con altre esperienze passate, ovvero altri giochi che per le loro “unicità” sono riusciti a crearsi un sottogenere. Purtroppo per mia ignoranza, prenderò in esame gli unici -like che conosco.

    Potrei parlare del roguelike – basato su Rogue (1980), ovvero una modalità di generazione randomica degli ambienti – ma non andrebbe bene per il caso preso in esame. Come termine è molto usato, così tanto che risulta secondario il conoscerne l’effettiva radice. Su questo fronte un Disco-like – termine non mio che ha portato alla creazione di questo articolo – sarebbe difficile da inquadrare, poiché bisognerebbe andare troppo avanti nel tempo e sbiadirne l’origine. Inoltre, il gioco del 2019 presenta delle specificità che non è solo una “generazione randomica degli ambienti”. Allora il candidato più vicino temporalmente, che sta vivendo questo processo di definizione e per questo più difficile – e divertente lavorarci su – è il soulslike.

    Come le anime, come la disco

    Come succede con le fonti più recenti, è difficile avere una distanza critica e storica in grado di inquadrare bene ciò di cui si parla. Quindi, almeno per quanto mi concerne, non possiamo avere ancora un significato che riassuma cosa sia un soulslike.  

    C’è chi dice che sia l’alta difficoltà fissa, c’è chi dice che siano i checkpoint e le bossfight, c’è chi dice che sia un calderone di questi elementi più altri. Durante la ricerca di cosa sia ad oggi un soulslike, sono capitato su per varie fonti. Ma erano troppi punti e spesso in disaccordo. Non si riesce ad essere d’accordo neanche se il Souls di riferimento sia Demon’s Souls (2008) poiché il primo o Dark Souls (2011) poiché il più popolare!

    Allora, piuttosto che basarmi sulla mia esperienza prevenuta – infatti sono principalmente giocatore di souls che di altri titoli – ho discusso con qualcuno che era capace di colmare le mie lacune videoludiche e provare a sommare queste fonti, anche se limitate. Su alcuni punti abbiamo dibattuto, anche animosamente, senza arrivare ad una conclusione ben definita. Ma credo che anche in altre sedi ci sarebbe difficoltà a trovare un sinonimo unificante. Se provassi a contattare i creatori di Lies of P (2023) o di Hollow Knight (2017), riceverei comunque pareri contrastanti.

    Eppure il soulslike esiste per via delle sue meccaniche peculiari.

    Anche nella sua fluidità e quasi ambiguità, per quanto generali e mirati i canoni possano essere. L’elemento chiave – ma non caratterizzante – per quanto mi riguarda è il fatto che sia una emanazione dell’action; che si ponga come suo sottogenere con elementi, come già reiterato, più o meno comuni, diventa ormai più una questione di sentimento.

    Disco Elysium non può avere questo lusso. È uno scalino troppo in basso per riuscire ad avere qualcosa di ulteriormente sotto, un Disco-like. Crearne uno risuleterebbe un’operazione artificiosa, diversa dal soulslike. Il secondo, per quanto sia dibattibile cosa lo deffinisca effettivamente, rimane comunque un parco giochi, abbastanza ampio per riuscire a vivere senza il peso dei padri.

    Non tutto può diventare un sottogenere

    Poiché recentemente è stato mio elemento di studio, vorrei dedicare un piccolo spazio a Todorov.

    Per quanto il suo discorso si sia concentrato sui libri di genere – in particolare quello poliziesco – e stia prendendo quasi fuori contesto questo estratto, credo sia utile anche in un contesto videoludico.

    Il nuovo genere non si costituisce necessariamente attraverso la negazione del carattere principale del genere più antico, ma attraverso un insieme di caratteristiche diverse, senza la pretesa di formare col primo un insieme logicamente armonioso.

    Ц. Todorov, Typologie du roman policier, 1966

    Disco Elysium, come già accennato nello scorso articolo, venne visto dagli autori come un rinascimento del cRPG isometrico, un tentativo di usare la struttura classica e decostruirla. La sua unicità nasce proprio da questo tentativo di voler omaggiare i suoi antenati, donandoli una nuova dignità, un esempio di cosa possono essere, e non di cosa devono diventare.

    Se riprendiamo sia Todorov che il soulslike, si può creare un discorso coerente se viene ricontestualizzato a modo. Il soulslike è diventato sottogenere. Sebbene abbia una posizione subordinata al genere action – da cui non si può ommettere la fondamentale affiliazione – i Souls di FromSoftware, per le loro peculiarità, con il tempo hanno creato un modello. E questo modello è stato adottato da altre case di produzione, così da far nascere i soulslike, un’altra faccia del genere action. Il Disco-like non può diventare sottogenere sia per scarsità di modelli ma anche perché il gioco in se è già da se un sottogenere. Pertanto non si può pretendere che diventi ulteriormente qualcos’altro.

    Come gioco non è l’unico ad avere un testo a schermo, delle abilità o delle interazioni. Le meccaniche sono sempre quelle, ma è proprio la reinterpretazione di queste a donargli una identità. Se si facessero dei Disco-like, non si andrebbe a creare qualcosa di simile a Disco Elysium, si creerebbero gusci mancanti di una propria identità, colmata unicamente da quel rapporto di somiglianza con un’opera del passato.

    Dunque, siamo arrivati alla fine di questa riflessione. Quasi denunciatoria nei confronti del progetto della Dark Math Games, lo ammetto, ma trovo che fosse necessario. E questo discorso non lo voglio applicare solo sull’opera estone, quanto anche per tanti altri giochi.

    Amare non vuol dire non lasciar andare.

    Nota dell’autore: All’inizio credevo che questo post fosse insalvabile, sia per i fuori tema, sia per alcuni cortocircuiti che mi ero creato. Per fortuna son riuscito a ricavarne un lavoro decente, seppur inferiore alle mie aspettative. Il blog è anche questo.

  • Megalopolis o il vaffanculo di Coppola

    Non negherò che questo film è uno scempio ed ecco perché a molti non è piaciuto. Sconclusionato, folle, l’autore che si è montato la testa al punto tale da buttare il cazzo che gli pare. Ok adesso che ho espresso ciò che la maggioranza pensa, parliamo adesso di questo abisso cinematografico necessario.

    Coppola è incazzato col cinema e in particolare con Hollywood – e pensare che storicamente si colloca nei così detti volti della New Hollywood – e finalmente, dopo anni di carriera riesce ad esaudire il suo sogno giovanile: fare del Cinema. Come autore Coppola è stato amato e venerato da tutti, vedasi come Il Padrino sia considerato una delle punte di diamante del cinema – “io non voglio fare quella merda di film sulla mafia, voglio fare cinema” disse il giovane Francis al padre – ma anche dopo tanti successi ed essersi creato un nome, non era soddisfatto. Con un libro di storia repubblicana romana sulla destra e Tik Tok sulla sinistra Coppola ha deciso di distruggere il cinema con stile. Probabilmente, se avesse potuto, avrebbe fatto mettere una bomba dentro ogni copia del film distribuito. Un po’ pavido da parte sua non averlo fatto, se devo dire.

    Qui sto elevando Coppola come genio assoluto? Assolutamente no, come detto è stato anche troppo poco cattivo. CGI orrenda, fotografia pure, trama inesistente, come ha detto un ragazzo in sala “non mi sentivo così da Sharknado”. E allora perché sto dando dei segnali che mi sia piaciuto? Perché qui Coppola decide di uscire fuori dagli schemi preposti da Hollywood ed andare contro il sistema che lo ha glorificato.  Lui nel corso del film, dimostra di saper fare cinema, dimostra di saper scrivere, dimostra di essere il nostro amato regista. Ma come Kojima in Metal Gear Solid 2, ci manda un caloroso vaffanculo. Noi che cibiamo questo sistema, che ne siamo salubri e attaccati contemporaneamente; noi pretendiamo di ricevere del cinema quando “L’Uomo del Cinema” fa cinema e ne usciamo delusi quando il risultato è mediocre. Per citare una mia recente conoscenza, Nino Giannotta:

    Se dobbiamo parlare di cinema, non dobbiamo stare dietro al cosa avremmo fatto, perché altrimenti la discussione muore così.

    Il film è brutto perché deve essere contro le aspettative. Una storia con tutte le carte per essere “praetexta” invece ci ricorda che è una favola.

    Il film ci parla di un folle megalomane che cerca di creare un’opera impossibile con lo sfavore di tutti. Questo aspetto può essere visto in tre maniere: la citazione storica alla congiura di Catilina, l’attualità e il cinema. Come faceva Carmelo Bene nell’ultimo periodo, il quale aveva raggiunto l’impossibilità di fare Teatro, restava immobile e cercava di recitare delle voci in playback. Così Coppola ha raggiunto l’impossibilità di fare Cinema, reggendosi su citazioni, lasciando alla trama una sconclusionatezza anti-hollywoodiana e infine ridando totale potere alla macchina da presa, protagonista tanto dimenticato. Attraverso questo film, la macchina da presa ci ricorda la storia del cinema, i suoi utilizzi e le sue potenzialità inesplorate.

    Come direbbero Deleuze e Guattari, il desiderio non è mancanza, ma creazione.

    Author’s Note: Scritto così tanto di pancia che mi son completamente dimenticato che volevo pubblicare prima di questo il continuo del precedente articolo. Scusate, rimedierò.

  • Torneremo alle bombe?

    Oggi è stata approvata dalla Camera l’articolo 14 del DDL Sicurezza che prevede la reclusione di un mese (da soli) o da sei mesi a due anni (più persone coinvolte) nell’caso in cui si blocchino strade o ferrovie.  Altre fonti come Rai News, specificano che questo articolo si applichi solo a chi tenta di bloccare la realizzazione di un opera pubblica o un’infrastruttura strategica.

    In un Italia che soffre già di sovraffollamento nelle carceri, ci mancava pure ci finissero persone stanche. Chi finirà sicuramente nel mirino non saranno i “pacifici” fascisti che rievocano ricorrenze “storiche” o gli evasori fiscali vittimisti, ma gli studenti, i lavoratori e gli attivisti. Gli Altri, i dissidenti, i disturbatori della quiete conformista.

    Oltre alle manifestazioni già citate, le altre che verranno accolte saranno quelle organizzate a tavolino per evitare di creare disagi, in cui l’unica cosa ribelle saranno alcuni ciuffi e infine tutti a casa per mezzogiorno. Far frignare il bambino per farlo sfogare quando meno disturba.

    E la mia domanda sorge spontanea, come lo manifestiamo il dissenso, come protestiamo? Perché alla luce di questi eventi l’evoluzione naturale pare essere un ritorno alle bombe di carta, alla violenza nelle strade, insomma far tornare un clima di anni di Piombo. Perché se non avviene oggi, domani o dopo, sicuramente un giorno torneranno. Il cane bastonato morderà sempre il padrone. E questo morso, se rimandato per troppo tempo, sarà sempre più forte e sentito.

    Non accetto che mi si venga a dire che i social siano un modo alternativo. Sono solo un mezzo. Manifestare sui social è semplice, protestare anche. Basta un post. Però, basta anche un dito per silenziare una protesta. Si è dietro troppe varianti: l’algoritmo “apolitico”, il conformista annoiato, i qualunquisti. Nelle mani di quelle persone disinteressate il passaparola si conclude velocemente; basta saltare il post oppure mutarlo con un “Non mi interessa” rendendo meno influente il post. E poi la botta decisiva la da l’algoritmo: se non si entra nel flusso non avviene niente. Infine, per chiudere questa parentesi sui social, menziono anche la loro bassa capacità nel creare una grossa rete di collegamento tra dei possibili manifestanti. Se non si seguono le pagine giuste, se non si hanno i consigliati giusti, diventa pressoché impossibile creare questa manifestazione digitale – l’ironia dell’essere troppo connessi.

    Alla fine dei conti, con una manifestazione digitale non si creerebbe comunque disagio. Nei social manca questa componente preziosa che hanno reso efficaci gli scioperi e i movimenti femministi nel secolo scorso.  

    Sicuramente qualunquisti e conformisti non parteciperanno mai alle manifestazioni o alle protesta, sapranno solo lamentarsene come fanno con qualsiasi altra cosa nella loro vita. Si rifugeranno dietro il benaltrismo o l’ignoranza funzionale.  Ma il disagio che possono provare quando una strada gli viene bloccata, quando non hanno il potere di reagire se non di stare al gioco (nolenti che siano), lì sì che la manifestazione va a segno. Se riescono a provare anche per un attimo uno sconforto simile a ciò che centinaia di migliaia, se non addirittura milioni di persone per tutta Italia provano ogni giorno, allora la manifestazione da i suoi primi frutti. Quando poi non saranno più in grado di girare la testa ma dovranno guardare cosa accosentono e cosa denigrano, allora lì sì che la manifestazione avrà effetto anche su chi non voleva farne parte.

    Io non voglio che si arrivi alle bombe di carta, io voglio che si ascolti quando le persone hanno fame. Ed anche se inconsciamente addormentati dai comfort concessi e spinti a cercare capri espiatori in gruppi più deboli, le persone hanno ancora fame. Io voglio che le manifestazioni e le proteste continuino ad esistere in nome del fatto che serva un canale diretto per cui il popolo possa esprimere il proprio dissenso verso i piani più alti.

    Author’s Note: Se vi ha interessato e vi sentite parte del discorso, fate girare.

  • Kidisì 1.0: un fallimento, una lezione

    Questo post nasce dal cuore e dalla voglia di dover rinnovare e rivoluzionare me stesso.

    Nel momento in cui ho scritto la bozza, ero annebbiato dal sonno, dal caldo, dalla sete e dai vari pensieri che avevo. Tra questi vi era anche Kidisì e di come avesse fallito il suo principio chiave: la voglia di evolversi.

    Già prima che nascesse avevo progettato articoli palpabili. Qualche ora di ricerca per vedere se fattibile, qualche sera per raccogliere materiale e infine una bozza veloce. Enfatizzo “infine” proprio perché effettivamente dopo non sviluppavo altro.

    Ho capito che ormai, a seguito di un grosso cambiamento personale, il blog era fuori dal mio tempo. Ho proposto un progetto, ma ho maldestramente cercato di portare avanti la primissima visione che ebbi, una fortemente idealizzata e ancora fuori dalle mie capacità.

    Molti dei lettori attuali immagino provengano dal mio canale Telegram. Un luogo che da anni è sempre stato il mio spazio personale, dove mi son sempre sentito relativamente libero di condividere idee, opinioni, meme, passioni ed esperienze. Il blog idealizzato voleva essere quello, ma più smussato e impegnato intellettualmente; quindi dovevano essere articoli frutto della ricerca di argomenti che mi interessavano o appassionavano. Ma, per le mie attuali capacità e necessità, ho preferito introdurre il blog come una via di mezzo tra i due mondi. Opinioni, non sempre approfondite o ricercate, espresse comunque in maniera più prolissa e che non si riducessero a “Berlusconi è andato all’altro mondo: godo” ma magari scriverci una breve riflessione sull’Italia post-berlusconiana.

    Questa voglia di riflessione, di spontaneità e di scrivere in maniera “sporca” ha un nemico: il perfezionismo.

    Ragione di inattività e del mio pessimismo, il mio perfezionismo è un’arma a doppio taglio: quando riesce a far concludere e ad offrire qualcosa di bello e interessante mi sento bene. Ma dall’altra non riuscire a produrre secondo tempi relativamente celeri mi demoralizza e mi appesantisce ulteriormente il lavoro. Ciò porta così il tutto ad un circolo vizioso dove non concludere un buon lavoro mi demoralizza, e il demoralizzarmi non me lo fa concludere. Il mio perfezionismo punta ad una perfezione da articolo accademico, quello stesso tipo di articoli che, a tutti gli effetti, idealizzai previamente.

    Il mio perfezionismo, propenso alla professionalità accademica e onesta, mi ha spinto al guardare ore di clip sparse per attestare una fonte, consumando così tutta la voglia di lavorarci. La cosa ironica è che era un lavoro sul primo Moretti, quello dei progetti anarchici, sporchi e grezzi di quando aveva la mia età.

    Purtroppo essere accademici perfezionisti e essere opinionisti di cuore sono realtà che non riesco ancora fondere.

    Ed è per questo che per schiarirmi le idee ho riletto il Prologo, riscontrando coerenza con ciò che provo ora. Cadrò nell’opinionismo, mi sbaglierò e farò del male a certi progetti. Ma è fatto per migliorarmi: buttare qualche frase su evento x, commentare, dire la mia, sono sicuro che mi porterebbe ad un naturale miglioramento, se fatto con consapevolezza e senso d’avvenire. Il mio blog non si basa su delle capacità, ma delle incapacità.

    Prima di concludere il post, che ormai è andato troppo per le lunghe, aggiungo una cosa che lo renda remotamente interessante. Ultimamente mi hanno attirato molto gli scritti tratti dal blog k-punk di Mark Fisher.

    Parafrasando l’introduzione del suo blog, scrive di come la ricerca e la scrittura di articoli accademici lo avessero drenato di tutte le forze creative che aveva. Quindi divenne necessario aprirsi uno spazio dove potesse esprimersi a modo suo.

    Inoltre, in un’intervista successiva rivela questo:

    Il blog […] mi pareva uno spazio più informale […]. È stato un modo per ingannare me stesso e convincermi a tornare a scrivere seriamente. Sono riuscito a raggirarmi pensando: “È roba irrilevante, solo un post su un blog, mica un articolo accademico”. Invece oggi mi sembra molto più importante scrivere sul blog che produrre paper accademici.

    M. Fisher, Il nostro desiderio è senza nome, tr. Vincenzo Penna, 2020

    Il suo era uno spazio di sfogo riflessivo dove poteva raccogliere ed esporre i pensieri sul momento, senza dover passare per canali convenzionali e formali; con l’aggiunta di essere anche in un luogo interagibile.

    Il tipo di blog che vorrei riuscire a proporre è simile a questo. un mio spazio di sfogo riflessivo, ma anche un vostro luogo – interagibile – da dove potreste trarne qualcosa, che sia una semplice idea o una riflessione più profonda.

    Ed è così che chiudo questo primo periodo di Kidisì: un terreno indefinito, idealizzato e contraddittorio, con una pubblicazione infima e una produzione inadatta.

    Author’s Note: Aggiungo qui alcune cose che cambierò, ma che ho evitato di dire nel post per evitare di renderlo “solo” un aggiornamento. Prima di tutto differenzierò tra post e articoli (ci saranno, ma senza che mi blocchino dal fare altro), toglierò la numerazione, probabilmente cambierò grafica del blog. I disegnini sono ancora indeciso se tenerli o meno – insomma, cambieranno un po’ le cose. Aspettatevi post più frequenti.

  • Pensiero a caldo I – Inland Empire di David Lynch

    Questo articolo è un brainstorm nato dal sentimento di dover rendere concreto tutti i pensieri che ho avuto e il sedimento che è rimasto a seguito della visione. Siamo in area full spoiler.

     Ho vissuto questo film così di recente che nel mio corpo sento ancora lo stomaco contorcersi dalle sensazioni vissute. Le uniche cose che ho letto sono la descrizione su MUBI e su Letterboxd, poiché mi sono cadute sott’occhio alla fine del film. L’unica cosa che viene menzionata è l’aspetto più lineare e palese dell’intera narrazione, ovvero la produzione di un film maledetto.

    Non bastava, c’era dell’altro.

    L’impero della mente di David Lynch è estremamente contorto. Questo film, più di altri suoi, sfida lo spettatore a capire cosa si stia effettivamente guardando, estremizzando ulteriormente la sua poetica a nuovi fronti sperimentali. Un distaccamento dalla realtà da parte della protagonista, che viaggia nel suo mondo nascosto e recondito, venendoci restituito il tutto come un incubo ad occhi aperti.

    Perché c’è così tanto verde?

    Il verde è qualcosa di caratteristico per tutto il film. Dallo strato più in superficie, alle profondità più recondite della sua psiche. Ho pensato per tutta la durata del film cosa potesse rappresentare tematicamente il verde. L’invidia è spesso associato al colore, ma come ipotesi è da scartare subito, stiamo parlando di Lynch, non è qualcosa di così banale. Il verde allora cosa è? Si può ricollegare tutto alla signora in verde, che è la ragione per cui quel processo mentale esiste in primis?

    Chi è l’altro di Nikki?

    Lynch si concentra sul tema dell’altro e sul trauma. Da spettatore del 2024 trovo un’analogia con gli analog horror: il dopplegänger e, di conseguenza, il tema dell’altro preponderante, l’utilizzo di una camera digitale e la paura del non visto. Peccherò di ignoranza, ma potrei dire che le radici di tutto questo genere possano partire da questo film.

    Le forme alternative – più che identità – dell’attrice vengono scavate e approfondite in maniere diversa. Si scende sempre più in fondo, tra barriere e filtri reconditi nella sua psiche. Io da questo ho disposto una serie di livelli.

    • Livello Zero: Ciò di cui possiamo essere certi è che la Nikki che vediamo all’inizio e alla fine, sia quella che inizia a creare la reazione a catena di immagini e allucinazione cui siamo posti. La causa che ci porta a tutto il viaggio mentale è la signora in verde. Di cui, d’altronde, non sappiamo quanto reale possa essere o se sia solo un incipit per iniziare il proprio percorso nell’Inland Empire.
    • Livello Uno: Definibile come la Nikki del domani, quella del divano, è la protagonista di tutta la vicenda. Viviamo principalmente attraverso i suoi occhi le cause e gli effetti delle sue scelte, che portano allo sprofondamento e immedesimazione nel personaggio che recita. Attraverso lei viviamo l’esperienza effettiva di discesa nella penombra della sua mente.
    • Livello Due: Susan, di seguito, è lo strato successivo nella sua psiche. L’altro in questo caso è il personaggio che deve recitare. L’attrice che si ritrova, malauguratamente, fin troppo in sintonia con la protagonista della storia polacca e non riesce a capire chi sia tra le due. La narrazione dona al personaggio il maggior numero di minutaggio del film. Qui ci troviamo tra la dimensione del metacinematografico e la psiche di Nikki che collidono. Attraverso questo ponte si entra nel pieno della non-azione. Qui è centrale il tema della prostituzione, che ci viene presentato come qualcosa di legato al tradimento dell’attrice con il co-protagonista. Non a caso abbiamo il passaggio al livello successivo con una scena di sesso extraconiugale. Avanzando nella trama acquisiamo una consapevolezza che ci porta a vederlo come qualcosa di più legato all’attrice. Non è solo il senso di colpa a parlare, ma è la pala che scava l’ingresso al livello successivo.

    I am a whore.

    • Livello Tre: Arriviamo al background di Susan, una storia di una classe poco agiata, vittima di abusi e violenze. Possiamo vedere questo lato esplicativo come l’estensione del personaggio immedesimato. L’attrice raggiunge un livello di immedesimazione tale che la sua storia diventa quella del personaggio, facendo sparire Susan quasi totalmente dall’equazione. Ciò che vediamo sono solo echi del personaggio, che emergono per raccontare la sua storia. Dalla danza macabra fatta dai sensi di colpa carnali alla paranoia di essere uccisa da qualcuno – scaturita dalla possibilità che il film sia maledetto. È qui che sentiamo per la prima volta menzionato il Fantasma, un figuro che nei livelli più superficiali non era ancora apparso. In questo livello appare due volte in maniera diversa – il vicino di casa e il terribile circense polacco – rivelandoci quanto come figura non sia diegetica, quanto appartenente più alla psiche della ragazza. Questo mi ha fatto intuire che la narrazione di lei che fugge da qualcuno e le vicende nella casa siano sì coerenti e inerenti l’una con l’altra, ma che appartengono a due piani della psiche di Nikki diversi. Ergo la persona del vecchio è qualcuno di presente nella vita passata dell’attrice, prima di relazionarsi col marito, che riappare in panni più umili, ma tanto violenti quanto quello visto nel primo livello.

    Andando infondo al viaggio di Nikki troviamo un momento in cui noi spettatori viviamo, per un momento, il primo strato di tutto: quello che dovrebbe essere il mondo del domani. Da cui però sprofondiamo nel livello più bassi del personaggio: il corridoio, la casa dei conigli e la ragazza perduta – come viene chiamata dai titoli di coda.

    • Livello Quattro: Integro tutte queste vicende in un unico livello poiché ormai tutte le leggi della ragione sono state sorpassate. Siamo nel livello più recondito e nascosto di tutti: dove le paure e paranoie non sono vissute internamente, ma sono l’ambiente stesso. Il corridoio presenta lo scudo più viscido e oscuro dei suoi ricordi, dove il Fantasma vive e regna. Si potrebbe teorizzare che, a seguito di un abuso sessuale, il trauma sia rimasto nascosto lì. Una volta presa coscienza attraverso le esperienze di Susan, ormai diventata la stessa Nikki, l’unica cosa da fare non rimaneva che abbattere il mostro, come un San Giorgio con il drago. Da lì entrare nella porta maledetta, nella dimensione infantile e grottesca della sitcom di conigli che rinchiudeva e illudeva la vittima, la passata Nikki potrei dire. Perché infatti ci troviamo qui in Polonia, e capiamo da qui il perché capisca, ma non parli il polacco.

    La ragazza perduta viene presentata come prostituta in un contesto lontano dalla Hollywood di inizio 2000 che guarda lo spettacolo della vita di Nikki attraverso un monitor, immobile e distrutta da ciò che vede. Non può reagire ai traumi, se non piangendo soffocando nel suo stesso affanno. Solo con la morte del Fantasma e il rivelamento del segreto del marito coniglio, finalmente, le due parti della psiche dell’attrice possono avere un contato e una presa in coscienza di cosa si temeva veramente.

    La ragazzina si ritrova a diventare anche lei un altro dell’attrice, vivendo attraverso le esperienze di vita della sua versione adulta un futuro che le è stato precluso e vietato. Ormai non più segnata nel profondo dall’essere stata vittima di abuso, si sente finalmente salva.

    Cos’è infondo, l’Inland Empire?

    Perché usare questo termine inglese in una frase polacca? Per la stanchezza non ricordo chi fu ad usarla, ma era detta al marito circense e in riferimento a Susan. Questo è il punto di cui non ho risposte. L’unica che avrei provato a dare è che i personaggi di quel mondo fossero consapevoli di essere all’interno di un impero mentale, ma come idea suona più come un plot twist di un altro tipo di film. Potrebbe essere banalmente anche qualcosa di buttato così.

    Prendo la palla al balzo e sfrutto questa domanda per capire se ho risolto il mio dubbio su cosa sia l’Inland Empire di Disco Elysium. Come abilità l’ho sempre interpretata come la forza immaginifica di una persona: l’immaginazione. Ma a quanto pare, la mia immaginazione è rotta, dato che non dovrebbe arrivare a livelli così estremi.

    Nel gioco e nel film, l’Inland Empire è il misto di paure, paranoie e possibilità che trovano voce e immagine. Attraverso questo collegamento, sono riuscito a capire che non è solo l’immaginazione, ma anche qualcosa di più profondo e astratto, quasi a dire il confine tra il mondo fenomenico e noumenico. Curioso come oltre al titolo, appaiano anche altri nomi già sentiti. Più volte vengono fate menzioni ai brividi (Shivers) e c’è un riferimento alla penombra  (Half-Light), che inoltre sono le abilità che hanno, in una maniera o nell’altra, un nesso comunicativo con un altro mondo, elemento comune all’Inland Empire. Che sia stato il film un punto d’ispirazione per il team di sviluppo? Chissà.

    Credo di aver saziato il mio bisogno di aver buttato giù i miei pensieri al seguito del film. Dopo 2 ore dalla fine del film, posso dire che è stato un viaggio più incredibile di quanto potessi credere.

    Author’s Note:  Anche se non l’ho vissuta duramente come tanti altri, sono arrivato alla conclusione di quanto il maestro Toriyama mi abbia definito e cambiato la vita. Come tante generazioni prima e dopo di me. Che possa vivere all’infinito nei nostri cuori.

  • #0 Prologo

    Nanni Moretti, Ecce Bombo (1978)
    Matteo Brugnera, Bozza articolo introduttivo (2023)
    Articolo 0: Yaharnam (2023)