Kidisì

la "voglia di esprimersi" incapace di farlo

Cuori Invisibili: 3 – Piombo e Caffè pt. IV

Senza alcuna logica di continuità, si erano fatte le nove del mattino. Lucia si ritrovava sotto le sue pesanti coperte e nel suo monolocale dai muri verde salvia. Era da un po’ di tempo che non lasciava traccia di se in quella casa così tardi nella prima mattinata; il rumore sconosciuto di sega circolare nella lontananza ne era una prova. La testa le girava ancora molto; non era ancora capace di connettere niente. Sentiva però l’impossibilità di fare qualunque cosa, sentiva solo la necessità di riposarsi e lasciar andare quel giorno. Ma aveva obblighi a cui non poteva esimersi. Era in ritardo per il lavoro: in un limbo di indecisione tra l’uscire nel freddo mondo o rimanere nel suo caldo giaciglio dandosi per malata. Temeva, inoltre, le chiamate perse e i messaggi non letti di colleghi preoccupati e arrabbiati per la sua assenza improvvisa. Di ciò che le era successo la sera prima niente di niente, però non era quello che importava al momento. Non la preoccupava quanto poteva essere un’assenza non reclamata dal lavoro. Come ogni giorno, sin dalla prima mattina stava iniziando ad essere inebriata dai fumi del lavoro. Balzò fuori dal letto ignorando tutto ciò che le era intorno e corse in bagno a prepararsi. Davanti allo specchio non poté non notare come la parte destra del volto fosse coperta quasi nella sua totalità di un rosso raffermo. Anche i capelli ed il pigiama erano stati macchiati, era indubbio che quello fosse sangue. Il suo pensiero era già rientrato nella modalità lavorativa, e come già accennato, la ricerca dei dettagli diventava una necessità. Si spaventò, certo, ma fu abbastanza rapida l’associazione ad una possibile epistassi: notò sin da subito che era solo in una parte specifica del volto e che trovava l’origine dal naso, sul quale si trovava per l’appunto un grumo più definito, inoltre respirava male proprio da quella narice. Si insaponò la faccia e con una spugnetta iniziò a rimuoversi il sangue di dosso, archiviando il perché di quella epistassi insieme agli eventi della sera prima. L’altro problema di pulizia doveva essere più una questione di salute, ossia respirare meglio. Ipotizzò di soffiarsi il naso, ma temendo si riaprissero i capillari allo stato attuali cicatrizzati, preferì posticipare quella soluzione alla sera.

Oh no, dovrà fare degli straordinari extra? Pensava, mentre grattava via la macchia rossa dalla faccia che si era osticamente incrostata sul viso. Era riuscita a pulire il possibile, ad eccezione dei capelli ma lì non aveva più il tempo e corse all’armadio per vestirsi. Nella corsa si stava velocemente spogliando, affinché all’armadio fosse già pronta per mettersi roba scelta a caso. A terra si trovava il vestito della sera prima gettato come mai aveva fatto ed inoltre vi era una grossa macchia di sangue nel suo cuscino: doveva sperare che non fosse penetrata sino allo strato più interno. Inoltre il piumone si muoveva.

Il piumone si muoveva? Il piumone si muoveva. Concentrandosi sulla macchia, la periferia dell’occhio notò altro sul letto che non tornava: i vestiti erano stati buttati in maniera fin troppo disordinata e il numero non tornava, inoltre c’era il piumone che respirava e si gonfiava e… dei capelli verdi appoggiati al cuscino accanto al suo. Per una volta, durante la sua mentalità da lavoro era rimasta interdetta.

Dal piumone uscì un braccio che si stava stiracchiando e uno sbadiglio che solo gli orsi dopo un lungo letargo rilasciano: «Buongiorno, amica!» disse Aurora girandosi verso la ragazza, con gli occhi ancora mezzi chiusi e gonfi di stanchezza, rendendo ancora più impressionante il sorriso con cui lo diceva. Lucia deglutì dato che non sapeva come reagire, se a quel “amica” o al come mai fosse nel suo letto. Cosa era effettivamente successo la notte prima? Il meccanismo provava a muoversi nella sua testa, vedeva giusto qualche luce colorata, vedeva forse qualche volto distorto, ma non riusciva a collegare i puntini. All’improvviso, si rese conto di essere nuda, sentiva il freddo e l’imbarazzo, così iniziò a vestirsi. Lucia mentre rovistava nell’armadio, si girava ogni tanto per vedere se fosse un miraggio o fosse vera, sperando che potesse dirle qualcosa per evitare che l’imbarazzo non fosse ulteriore. Aurora si stava lentamente svegliando, rivelando un corpo totalmente nudo e della cui carnagione olivastra nascondeva una parte molto più pallida come qualcosa sotto il seno sinistro: un tatuaggio di una rosa stilizzata. Lucia si imbarazzò visibilmente alla vista, ma la ragazza nel letto era più interessata al perché questa non stesse dicendo alcuna parola. Le propose di fare colazione. Lucia, stava già praticamente prendendo le chiavi senza aver pensato ancora ad una parola. Che fosse la modalità lavorativa a renderla così tanto muta? Sentiva di essere stata intrappolata in qualcosa che lei stessa si era creata. Fu la parola colazione a farle spiccicare qualche parola in più, riuscendo a dire solo un «si certo, ma sono già in ritardo vieni da me». Non era mai successo che fosse così tanto in ritardo, neanche ai tempi del ristorante dei genitori si permetteva questo tipo di comodi. Non sapeva neanche da dove fossero provenite quelle parole. Aprì la porta e senza pensarci diede delle indicazioni alla ragazza per raggiungerla a lavoro. Chiuse la porta di fretta. Ma effettivamente quella era casa sua e non si sentiva di lasciarci una quasi completa sconosciuta. Ma ormai era troppo tardi e si trovava già sul bus per raggiungere il lavoro.

Lucia stava cercando di pensare il meno possibile, raggiungere lo stoicismo lavorativo, anche se in qualche regione remota del cervello elaborava incessantemente come fosse finita in quella situazione di imbarazzo. Si tastò alla ricerca di un telefono che nella fretta e nell’imbarazzo si era dimenticata a casa. E se c’erano messaggi importanti? Sbuffò e sperò che Aurora se ne accorgesse e glielo portasse. Sempre se si presentasse effettivamente. Al bar non pesò troppo la sua assenza: giusto qualche battutina che, in quello stato penetrarono. Tra l’imbarazzo del ritardo, il bilico in cui la sua mentalità da lavoro si trovava ed infine la prospettiva che si presentasse Aurora a lavoro, tutta questa serie di novità nella sua vita da quando era lì la stavano turbando. Ma non capiva se in un senso positivo o negativo, non capiva se fosse felice che qualcosa avesse rotto il ciclo che per tanto tempo credeva essere positivo per lei.

Aurora fece la sua entrata non troppo tempo dopo l’arrivo di Lucia. Questo nuovo volto molto estroverso, parlava a macchinetta con una tale confidenza, che ad occhio esterno poteva sembrare scaturita da anni di amicizia intima. E, cosa più sorprendente, Lucia sembrava catturata. Era la prima volta che i suoi colleghi vedevano sul posto di lavoro un essere umano e non un automa. Questa sentiva frequentemente freddo, la maglietta non le bastava, sentiva i discorsi altrui e ci si immergeva. Non si sentiva più una macchina sul posto lavorativo, sentiva la placidità bloccarle certi automatismi. Oltre a questo, Aurora parlava e parlava con tutti i suoi colleghi, mettendo in una nuova luce diversa – ed ignota pure alla stessa Lucia – la ragazza. Questa passò tutto il tempo con una tazzina di caffè con latte di soia. Date le continue distrazioni, non fu possibile capire se fosse sempre la stessa o se, quasi di nascosto, chiedesse a qualcuno di rinnovarlo. C’era da dire che vederla struccata faceva un effetto strano, il suo vestito esprimeva pensieri diversi dal suo aspetto, e il suo vestito ne esprimeva altri ancora – effettivamente, senza le forti tonalità e contrasti legati al suo trucco, questa dimostrava a pieno regime la solarità che la contraddistingueva. Come già reiterato, Lucia quel giorno era completamente scoordinata dal suo solito, si sentiva particolarmente distratta. Così tanto che non si rese conto che un vecchio maldestramente prese con se l’edizione del giorno della Gazzetta, trovandosi quindi con una Gazzetta in meno per tutta la giornata. Ovviamente, nessun altro lo notò.

Una sorpresa, fu di sicuro che arrivarono volti nuovi e volti conosciuti. Erano parte del gruppo esteso di amicizie di Aurora, i quali dovevano temporeggiare dato che di lì a poco sarebbe iniziata una manifestazione. Uno dopo l’altro, riempirono completamente il bar, tutti, per quanto diversi avevano dei tratti che li riconducevano collettivamente alla stessa matrice. All’appello mancava, infine solo Angelo. Non capiva la situazione in cui si era messa. Da un lato i soliti vecchi si trovarono il locale invaso dalle nuove degenerate generazioni, dall’altro i compagni si trovarono in un posto fuori dalle loro corde. Un bar anonimo come quello non li avrebbe interessati più di tanto, o almeno questo era ciò che Lucia sperava. Non poteva gestire quella mole di persone di cui non conosceva veramente il comportamento. Avrebbero insultato i clienti storici? Avrebbero dimostrato indisciplina? Nulla di tutto ciò accadde, anzi fu sorprendente vedere che alcuni clienti vecchi parlavano con occhi sognanti vedendo questi, ripescando vecchie memorie sepolte da oltre 50 anni. Fatto sta che, come vecchie memorie di casa Spano, in un momento in cui i clienti soliti iniziarono a scemare – al di fuori del rinnovato gruppo – Lucia venne accompagnata da Aurora tra tante persone a cui venne presentata una ad una. Volti che ognuno raccontava una storia diversa, volti scavati da anni di droghe pesanti, persone che si conciavano con vestiti trovati la mattina stessa, persone con un vestiario dai chiari intenti ideologici o persone che non avevano toccato neanche un cibo poco salutare. Tra questi vi era anche lo smilzo e la sessantottina, che salutarono Lucia nella maniera più pacata possibile. Consapevoli della situazione imbarazzante in cui Aurora l’aveva messa, le chiesero se stessero effettivamente disturbando. Erano certi che tutta quella gente potesse creare dei dissidi tra Lucia e i colleghi e che potesse generare fastidio dopo un po’, ma come al solito Lucia se ne fregò di quel remoto fastidio che poteva provare e disse: «Per quanto mi riguarda potete stare pure tutto il giorno». In quella confusione, sentiva finalmente qualcosa emergere, volti che aveva intravisto la sera prima palesarsi nuovamente. Ormai la giornata lavorativa era andata com’era andata e quindi lasciò definitivamente la presa interrompendo il lavoro e fermandosi a chiacchierare. L’unica che provò fastidio nel vedere questa scena era la collega più vecchia, un po’ ipocrita da parte sua borbottare mentre si stava limando le unghie. Cosa era successo il giorno prima? Con occhi serrati sul gruppo di persone che conosceva, voleva capire il perché non si ricordasse niente. Il tozzo riassunse in maniera abbastanza sbrigativa: dopo il blackout erano andati ad un ritrovo del loro gruppo di riferimento, poi è iniziata una festa e fine. Ciò che però preoccupava di più Lucia era il perché non si ricordasse niente. Ma tutti furono abbastanza sullo stesso piano, non se lo spiegavano neanche loro. Pareva infatti che non fosse sembrata neanche per un momento disorientata o fuori di se, però non la conoscevano bene per esserne certi, ecco. Ma non aveva avuto l’aspetto di una persona fuori di se, diceva ad esempio la sessantottina. Si era trovata spesso vicino ad Angelo, magari lui poteva saperne qualcosa di più, ma al momento non era reperibile, perciò dovette rimandare l’interrogatorio ad un altro tempo.

Avevano temporeggiato abbastanza. Era arrivato il tempo di sbaraccare e andare ad una manifestazione. Aurora dava per scontato che Lucia facesse ormai parte di loro, quindi senza esitazione le disse di sbrigarsi ad uscire. Ma non aveva ancora finito di lavorare e poi pensava di fare straordinari per rimediare al tempo che aveva perso quella mattina. Finalmente un po’ di stacanovismo tornò nella mente di Lucia, sentiva un certo conforto nel parlare in quella maniera, dopo tutto. In un misto di sorpresa e delusione, la ragazza dai capelli corvini, accennò uno sguardo triste, ma poi rinnovò l’invito a quando avesse finito il turno. Lucia accettò l’invito, anche se titubando un po’ e infine Aurora concluse con un: «Tanto ci troverai facilmente, cadremmo di sicuro nell’occhio». Chiuse la porta dietro di se, lasciando il locale che pochi minuti prima si era ritrovato una marea di gente, essere avvolto nel silenzio, interrotto solo dal rumore di alcune martellate nella distanza della via.