Kidisì

la "voglia di esprimersi" incapace di farlo

Ho visto – Emilia Pérez

“Ho visto” è una nuova rubrica del blog che punta a recensire le novità in sala – temo purtroppo che non riuscirò a vedere tutto – e le novità sulle piattaforme streaming a mia disposizione. Ci sarà una prima parte dedicata a tutto il pubblico, una seconda a chi ha effettivamente visto ciò di cui parlo e una conclusione che torna universale. Per sapere di più su cosa guardo, ecco il mio Letterboxd.

I limiti che si impone la prima parte sono quelli intorno alla sinossi del film.

Ecco cosa ho visto…

Emilia Pérez di Jacques Audiard, datato 2024. Questa nuova rubrica non poteva che iniziare con il botto, con il quasi sicuro vincitore del premio internazionale agli Academy. Un film che per certi versi è maturo e consapevole e dall’altra banale ed ingenuo.

Se pensiamo al genere del musical pensiamo a coreografie meravigliose e corali, qualcosa che tranquillizza ed esalti i cuori anche dei più folli – il film preferito di Stalin era un musical – e non a caso in questo film la dimensione colorata e surreale di quella realtà “a sé” viene meno. Infatti in quella messicana, non ci può essere spensieratezza e successo. Tutto torna sempre al Cartello.

Il Messico è usato come teatro per parlare di criminalità organizzata, un’anarchia bestiale in cui tutto può accadere: essere rapiti per strada può diventare la norma, le autorità non dubitano di nulla e i politici sono indistinguibili dai criminali. A parte qualche rimando culturale, il Messico che ci viene restituito è più un espediente narrativo, che si limita a diventare strumento universale: la paura degli oppressori. Il maschio.

Dall’inizio del film il maschio ci viene presentato come la feccia della società. L’uomo, e in senso lato la società patriarcale, è assimilabile anche al Cartello. Entrambi opprimono i più deboli grazie alla loro potenza sociale e politica, salendo oggi a tale vetta grazie al capitale che racimolano.

Il capitale è un punto focale del genere noir, nel quale il film rientra a piene mani. Questo genere, che sia involontario o volontario, va collocato comunque in un discorso di classe; dato che solo attraverso questo si può capire cosa sia il denaro e quanto esso sia affascinante e schizofrenico.

È infatti grazie al denaro che Emilia Pérez (Karla Sofía Gascón) riesce a nascere. Lei un tempo era nota come Manitas, un terrificante boss del Cartello, che ha fatto di tutto per nascondere questa sua vera persona. Grazie ai crimini commessi, questo, riesce a racimolare una somma di denaro sostanziosa, tanto da riuscire ad entrare in contatto con Rita Mora Castro (Zoe Saldana) che gli fa da tramite per poterlo rendere chi è realmente. Diventa così accettabile a quel tipo di società che allo stesso tempo lo limitava dal poter emergere. Il successo di Emilia deriva proprio dal fatto che non appartiene alla “classe femminile” – per citare Monique Wittig. Si pensi a Rita che all’inizio del film è oppressa dal superiore che ne prende i meriti. Viene, infatti, attratta dal denaro e dal successo propostole da uno sconosciuto, ignorando i mezzi e il modo di come possa debba arrivare a tale risultato. Lei è vittima di questo sistema. Vittime come lo sono milioni di persone che devono sottostare al sesso di nascita e non si possono permettere gli strumenti per combatterne la disforia a causa dello stesso sistema che ha permesso ad Emilia di poter rinascere.

Un punto che il film vuole rendere cardine è la femmina, ma è proprio qua che il film cade nella sua ingenuità. La donna di cui parliamo non è universale, ma è individuale. Emilia Pérez non vuole rappresentare, ma deve essere simbolo.

Infatti più che essere trattata da donna, lei è quasi un uomo “pentito”. Se Freud rintracciava nella mancanza del pene nella donna l’origine delle loro isterie, in questo caso la mancanza del pene è origine di generosità di cuore. La femminilità di Emilia è stereotipata. Per Audiard essere femmine significa essere empatiche e buone, quindi tutt’altro rispetto alla rozzezza maschile. Per quanto questo discorso di estremi sia stato fatto spesso in maniera provocatorio, in questo caso l’accettazione di una binarità, ignorando completamente l’esistenza della fluidità, dimostra una mancata intenzione di voler parlare queste tematiche in maniera diretta. Questo film quindi non è per la comunità transgender, ma per tutte le donne.

La cosa più “transgenere” nel film sicuramente non è la storia di Emilia, quanto le sfaccettature tra il gangster movie e il musical che incarna. Così come dalle origini dell’hard boiled school al cinema si puntava a muovere una critica sociale, oggi Emilia Pérez fa qualcosa di simile coreografandolo. In uno specchio grottesco della realtà, Rita canta insieme ad altre donne dell’oppressione maschile. Sicuramente non è la prima e non sarà l’ultima volta in cui un musical muoverà delle critiche sociali, ma in questo caso non possiamo parlare pienamente di “musical”. Il film è in se un noir, non dobbiamo esimerci da questo fatto, ed infatti abbiamo molti spunti che ne rendono evidente questo elemento. Si ricorre ad accentuare il degrado della metropoli, la criminalità è protagonista, con inoltre scelte registiche e un utilizzo della macchina che creano in certe scene momenti opprimenti, anche attraverso escamotage che rendono il nostro punto di vista utile a crearci il film. E dove si tende a creare momenti cupi, in cui i personaggi vengono avvolti dall’oscurità, si tende anche ad irradiare di luci fredde ed artificiali quel mondo sporco.

Mondo sporco in cui il cast quasi completamente femminile si colloca. La femmina è sinonimo di cambiamento positivo della società, la forza che può spezzare le catene che le opprimono. Ma il film, sotto quest’ottica, fallisce a restituire genuinamente questo sentimento. L’intento c’è, e sicuramente è visibile, ma fallisce a farci capire il come questa possa sorgere.

…ecco cosa c’è per chi l’ha visto…

In questa seconda parte approfondisco certi punti toccati nella prima, sostenendomi anche grazie a riferimenti più espliciti.

Come già detto, tutto torna sempre al Cartello. Ed emblematica di questo sentimento è la scena del terzo atto in cui Rita si ritrova a dover impugnare un’arma, circondata da suoi “alleati” appartenenti a questo, arrendendosi al fatto che in Messico nessuna giustizia resista alle leggi di questa – non a caso lei è un’avvocatessa. Il Cartello, per quanto si voglia rifiutare ed evitare, per Audiard è sempre lì, pronto ad emergere quando nessuno lo vuole. Questo è stato probabilmente un punto di critica forte da parte della comunità messicana, questo essenzialismo nel rendere il Messico solo questo. Ma come già detto, il paese usato era solo un teatro per parlare di un tipo preciso di società, purtroppo, esistente a livello globale.

È grottesco che Rita raggiunga la sua dimensione tradizionale di donna a causa della morte di altre due donne. Questo tipo di società è così tanto corrotta… L’arresa di Rita a queste regole si sviluppano per tutto il film anche nella messa in scena. Se all’inizio le coreografie sono corali, aggressive e speranzose, verso la fine si riducono a momenti più individuali, spaventati e sconfitti. Penso alla chiamata in cui Emilia le dice che i «suoi figli» le sono stati portati via oppure il frammento in cui rivela a Jessy (Selena Gomez) chi fosse prima. In quei momenti non c’è speranza, ma paura. Ma la donna non deve avere paura, deve combattere.

 Il finale del film, con la processione di donne che venera la defunta Emilia, è un tentativo di speranza. La speranza che questa società, con queste regole, possa cambiare. Infondo è nella canzone Lady, dove c’è il confronto tra un dottore israeliano – popolo emblematico per essere metafora di un necessario cambiamento sociale – e Rita, che viene ribadito il potere che la donna possa esercitare nella società come elemento di cambiamento.

Eppure, come già detto, questo cambiamento deve essere un universale al mondo femminile, deve diventare una questione di classe. E qua non ce n’è menzione.

L’uomo “pentito”, a cui facevo riferimento all’inizio, non contribuisce al messaggio. Non vi è nessuna menzione esplicita, eppure Emilia viene trattata come se fosse un Manitas che cerca di ripulirsi la coscienza, piuttosto che una identità a se. D’altronde Emilia dal film viene sicuramente riconosciuta come donna, ma è pur sempre Manitas… un criminale. E questo nel noir va punito. «Nel bagagliaio c’è Manitas» dice Jessy poco prima di far sbandare la macchina e, come Ossessione (L. Visconti, 1943) ci insegna, purgare il male. È vero che il discorso, come già appurato, non credo sia questo, ma comunque riduce il ruolo femminile del personaggio. Ridurla ad empatica ed amorevole “zia” non contribuisce al discorso femminista che il film vorrebbe muovere. Anzi, sotto un’ottica reazionaria, Emilia diventa così simbolo dell’impossibilità di transizione da un genere e l’altro.

La scena finale della processione in onore della donna cerca di reindirizzarci su quella strada. Si torna sulla femmina, perché anche Emilia viene accettata come tale. Ma a quanto pare doveva morire per portare a termine questo processo.

 Quando parlo di ingenuità nel modo in cui si esprime, parlo proprio di questo. La femminilità opposta alla mascolinità. La ricerca di compartimenti stagni in cui collocare da un lato la femmina e dall’altro il maschio.

… ed in conclusione

Ho visto un film da un lato con un’idea interessante, come la fusione di due generi quasi opposti, ma che porta con se un messaggio mal-trattato. Ciò che vuole restituire è sicuramente positivo, ma lo trasmette attraverso modi ingenui ed espedienti che possono ribaltare completamente il messaggio dietro.

6.8/10

Nota dell’autore: A breve renderò anche la pagina Instagram aperta, così da condividere la mia ignoranza a più persone – probabilmente dei bot.