“Ho visto” è una rubrica del blog che punta a recensire le novità in sala – temo purtroppo che non riuscirò a vedere tutto – e le novità sulle piattaforme streaming a mia disposizione. Ci sarà una prima parte dedicata a tutto il pubblico, una seconda a chi ha effettivamente visto ciò di cui parlo e una conclusione che torna universale. Per sapere di più su cosa guardo, ecco il mio Letterboxd.
I limiti che si impone la prima parte sono quelli intorno alla sinossi del film.
Ecco cosa ho visto…
Nosferatu di Robert Eggers, datato 2024. Una pietra miliare della storia del cinema di genere viene rielaborata e portata in sala da un vero autore contemporaneo. Perché ormai non ci sono dubbi, il vampiro nato dal sodalizio Murnau-Grau è un’icona fondamentale della settima arte.
Sto battendo terra già battuta dicendo questo, ma il conte Orlok ha raggiunto il punto in cui si può slegare da quella posizione di inferiorità nei confronti dell’altro Conte. Se con Herzog la figura di Orlok dovette rimanere fedele – visivamente – per poterlo associarlo anche all’opera di Murnau, a distanza di 100 anni Eggers si prende la responsabilità di riportarci il vampiro in nuove vesti.
Ciò che più mi ha colpito è la realisticità del nuovo Orlok. L’artigianato e il make-up dietro, più di qualsiasi altra versione e visione dei conti della Transilvania, ci racconta la storia di un uomo di potere slavo non-morto. Con Eggers perdiamo l’idealismo del vampiro di tradizione occidentale, ricevendo in cambio un personaggio del territorio. Il mostro non è un nobile di recente data appartenente alle più alte sfere austriache, ma qualcosa di più antico. Potremmo essere davanti ad una creatura contemporanea addirittura a Vlad l’Impalatore. Gli abiti, l’aspetto, l’accento ce lo allontana da quella visione normalizzata, eppure riesce ad emanare nella sua essenza ciò che il vampiro è.
Eggers restituisce crudezza e orrore ai vampiri. Siamo faccia a faccia con un non-morto uscito dall’Inferno stesso. Oltre ad essere putrido e marcio, l’elemento che più lo rende carne è il pene – Eggers ci riporta qui la nudità totale dei corpi – che lo slega da una visione metafisica della creatura e lo lega al suo status di essere umano. Un uomo che in passato ha probabilmente fatto un patto col demonio, diventando egli stesso demoniaco. Non siamo davanti ad una presenza spaventosa, ma occulta.
Grau nell’originale, poiché lui stesso appassionato all’occulto, fu meticoloso nel ricreare ambienti, riti e elementi corretti. Questa caratteristica torna anche oggi, non solo nelle scene quanto nel personaggio stesso.
La regia di questo film aiuta ad esprimere la dimensione occulta e sfuggente di Nosferatu (Bill Skarsgråd) poiché ci troviamo in bilico tra il sogno e la realtà. Il personaggio non ci viene introdotto subito in tutta la sua bruttezza. È quasi più un ombra, celata dalla stessa macchina da presa che o lo nasconde oppure lo occulta nell’oscurità. Per aggiungere elementi di mistero intorno alla vicenda, i movimenti di macchina non ci danno dei passaggi lineari ed espliciti davanti al mostro. Siamo sempre straniati di trovarci un momento da una parte e subito dopo in un’altra. Vittima di questi passaggi sono tutte le persone che si trovano al suo cospetto, senza esclusione di colpi anche noi spettatori finiamo in questo gioco allucinatorio. La dimensione del sogno, dell’irrealtà e della realtà vengono meno, portandoci a credere che tutto quello che abbiamo visto sino a quel momento sia stata un’illusione. Davanti a noi abbiamo un vero Incubo.
Ma la Morte è l’incubo più tremendo. Infatti questa storia, come piace ad Eggers, gioca sugli elementi della psicologia. Ed è qui che torniamo da Freud: Eros e Thanatos. Ma il Freud di riferimento non è in vesti di scienziato, ma di maestro dell’occulto. Queste due pulsioni tornano nella mitologia, in una visione distorta di essa. Eros diventa l’incarnazione della passione, del desiderio e dei mali che li riguardano; Thanatos invece da fratello del dio dei sogni, diventa crudele. Sfrutta il potere del fratello per rendere la morte non un passaggio ma una sua egoistica necessità. Le due divinità freudiane diventano così Ellen Hutter (Lily-Rose Depp) e il vampiro. Invischiati in un rapporto a tre con il protagonista, Thomas Hutter (Nicholas Hoult), troviamo persone succubi di desideri, tutto legato da un filo macabro, dove il sangue è forza vitale e nutrimento dei morti.
Grazie alla fotografia di Jarin Blaschke, diventata ormai caratteristica di Eggers, viviamo in un mondo freddo e cinico. Il fuoco non deve riscaldare e illuminare, ma bruciare e creare contrasti forti, celare nell’ombra ciò che non va visto. Che sia un paese vicino all’industrializzazione o un villaggio sperduto tra i Carpazi, non importa. Quest’aria cupa e opprimente è sempre presente. Eppure dietro questo elemento, la ricreazione degli ambienti ho una delle mie critiche, tanto bella quanto deludente. Dove la resa artigianale è impeccabile, la scenografia degli interni e di certi posti ti porta ora in quella cultura, ora in quell’aria soffocante, ciò non può essere detto della CGI. Di tutto il film, ciò che più mi ha fatto storcere il naso è l’uso che viene fatto della computergrafica e la resa visiva che ne deriva. Spesso l’occhio fatica a non notare l’artificiosità di certi ambienti. Per fortuna i momenti in cui si ricorre al suo uso, almeno per quello che ho percepito, sono molto ridotti e diventano secondari, rispetto alla bellezza del film.
...ecco cosa c’è per chi l’ha visto…
In questa seconda parte approfondisco certi punti toccati nella prima, sostenendomi anche grazie a riferimenti più espliciti.
Voglio tornare su un punto in particolare, ovvero la natura demoniaca di Nosferatu. Questi infatti non è lontano dalla figura folkloristica dell’Incubo, il demone del sonno. La sua apparizione cronologica nella vita di Ellen è quando questa si sentiva isolata dal resto della società, fuori posto e sola. Lui arriva come oggetto del desiderio, necessaria chiave per risvegliare in lei ciò che aveva represso per tanti anni. Questa storia parla di pulsioni, che anche quando sono legate all’occulto, si legano irrimediabilmente alla dimensione carnale. È la storia della carne che viene consumata e goduta. Eros e Thanatos si uniscono in un abbraccio cruento e sensuale. Le radici oscure di Ellen sono questa pulsione alla carne, il suo essere Eros la rende bestiale.
La sua malinconia e tristezza sono repressione sessuale, che viene in parte soddisfatta dalla presenza di Thomas ma non basta. Freud così torna una volte in vesti da scienziato, trasformando l’occulto di queste due realtà, in Es.
Ma oltre a Freud, dobbiamo prendere anche Marx, poiché la natura dei vampiri è anche, per alcuni teorici, capitalista. Questo film, rispetto all’originale, esplicita questa componente. A livello superficiale, si capisce subito la possibile correlazione tra i due. Il vampiro vive a discapito degli altri, traendo nutrimento dalle forze dei più deboli, ammaliando le sue vittime a credere in ciò che il carnefice dice. Esistendo, ma celatamente.
Più profonda è invece la storia che ci viene posta davanti. Il personaggio di Harding (Aaron Taylor-Johnson) è cristiano nella morale, è positivista nella scienza e borghese nell’etica. La sua ricchezza e il suo scetticismo nei confronti di un possibile elemento occulto è componente chiave dei costumi della sua classe. Eppure la sua gaia famiglia finisce ad essere vittima del vampiro, anche in maniera piuttosto cruda. Non importa se se ne trae beneficio o se si è ostili, il mostro attacca chiunque sia in mezzo ai propri interessi. Una volta che Harding viene posto davanti ad una realtà a lui ineccepibile questo impazzisce. La sua normalità, la normalità borghese, quando viene infranta violentemente diventa impossibile da riacquisire. Per rimanere su uno sfondo materiale, anche l’amore viene “venduto”. Il conte guadagna la donna, non attraverso l’occulto, ma attraverso rapporti di proprietà. La parte finale nasce da questo atto esplicitamente di natura economica. Quando finalmente questi rapporti di proprietà diventano concreti, Ellen si deve sacrificare. Ed è qui che però torniamo anche da Eros e Thanatos.
Se già nell’originale quella componente del desiderio si respirava dalla parte del vampiro, in questa nuova edizione vive anche nella ragazza. Il sesso, più di qualunque altro linguaggio, è espressione di desiderio e di liberazione dell’inconscio. Ed è grazie a questo che viene distrutto il male, un sacrificio personale a favore del salvataggio della collettività. Solo la morte può sconfiggere il desiderio. Ed infatti l’inquadratura finale sono i due corpi del desiderio distrutti da loro stessi, in un abbraccio macabro e poetico, crudo e tenero, come è l’amore in sé.
…ed in conclusione
Ho visto un film che parla di relazioni impossibili. La vita e la morte, la scienza e l’occulto; relazioni che vivono su due piani diversi, ma che in questo film riescono a danzare insieme. Questo non è solo un ottimo prodotto di genere, ma è anche una lettere d’amore di un’artista nei confronti di chi più lo ha influenzato.
9.4/10

