Questo post nasce dal cuore e dalla voglia di dover rinnovare e rivoluzionare me stesso.
Nel momento in cui ho scritto la bozza, ero annebbiato dal sonno, dal caldo, dalla sete e dai vari pensieri che avevo. Tra questi vi era anche Kidisì e di come avesse fallito il suo principio chiave: la voglia di evolversi.
Già prima che nascesse avevo progettato articoli palpabili. Qualche ora di ricerca per vedere se fattibile, qualche sera per raccogliere materiale e infine una bozza veloce. Enfatizzo “infine” proprio perché effettivamente dopo non sviluppavo altro.
Ho capito che ormai, a seguito di un grosso cambiamento personale, il blog era fuori dal mio tempo. Ho proposto un progetto, ma ho maldestramente cercato di portare avanti la primissima visione che ebbi, una fortemente idealizzata e ancora fuori dalle mie capacità.
Molti dei lettori attuali immagino provengano dal mio canale Telegram. Un luogo che da anni è sempre stato il mio spazio personale, dove mi son sempre sentito relativamente libero di condividere idee, opinioni, meme, passioni ed esperienze. Il blog idealizzato voleva essere quello, ma più smussato e impegnato intellettualmente; quindi dovevano essere articoli frutto della ricerca di argomenti che mi interessavano o appassionavano. Ma, per le mie attuali capacità e necessità, ho preferito introdurre il blog come una via di mezzo tra i due mondi. Opinioni, non sempre approfondite o ricercate, espresse comunque in maniera più prolissa e che non si riducessero a “Berlusconi è andato all’altro mondo: godo” ma magari scriverci una breve riflessione sull’Italia post-berlusconiana.
Questa voglia di riflessione, di spontaneità e di scrivere in maniera “sporca” ha un nemico: il perfezionismo.
Ragione di inattività e del mio pessimismo, il mio perfezionismo è un’arma a doppio taglio: quando riesce a far concludere e ad offrire qualcosa di bello e interessante mi sento bene. Ma dall’altra non riuscire a produrre secondo tempi relativamente celeri mi demoralizza e mi appesantisce ulteriormente il lavoro. Ciò porta così il tutto ad un circolo vizioso dove non concludere un buon lavoro mi demoralizza, e il demoralizzarmi non me lo fa concludere. Il mio perfezionismo punta ad una perfezione da articolo accademico, quello stesso tipo di articoli che, a tutti gli effetti, idealizzai previamente.
Il mio perfezionismo, propenso alla professionalità accademica e onesta, mi ha spinto al guardare ore di clip sparse per attestare una fonte, consumando così tutta la voglia di lavorarci. La cosa ironica è che era un lavoro sul primo Moretti, quello dei progetti anarchici, sporchi e grezzi di quando aveva la mia età.
Purtroppo essere accademici perfezionisti e essere opinionisti di cuore sono realtà che non riesco ancora fondere.
Ed è per questo che per schiarirmi le idee ho riletto il Prologo, riscontrando coerenza con ciò che provo ora. Cadrò nell’opinionismo, mi sbaglierò e farò del male a certi progetti. Ma è fatto per migliorarmi: buttare qualche frase su evento x, commentare, dire la mia, sono sicuro che mi porterebbe ad un naturale miglioramento, se fatto con consapevolezza e senso d’avvenire. Il mio blog non si basa su delle capacità, ma delle incapacità.
Prima di concludere il post, che ormai è andato troppo per le lunghe, aggiungo una cosa che lo renda remotamente interessante. Ultimamente mi hanno attirato molto gli scritti tratti dal blog k-punk di Mark Fisher.
Parafrasando l’introduzione del suo blog, scrive di come la ricerca e la scrittura di articoli accademici lo avessero drenato di tutte le forze creative che aveva. Quindi divenne necessario aprirsi uno spazio dove potesse esprimersi a modo suo.
Inoltre, in un’intervista successiva rivela questo:
Il blog […] mi pareva uno spazio più informale […]. È stato un modo per ingannare me stesso e convincermi a tornare a scrivere seriamente. Sono riuscito a raggirarmi pensando: “È roba irrilevante, solo un post su un blog, mica un articolo accademico”. Invece oggi mi sembra molto più importante scrivere sul blog che produrre paper accademici.
M. Fisher, Il nostro desiderio è senza nome, tr. Vincenzo Penna, 2020
Il suo era uno spazio di sfogo riflessivo dove poteva raccogliere ed esporre i pensieri sul momento, senza dover passare per canali convenzionali e formali; con l’aggiunta di essere anche in un luogo interagibile.
Il tipo di blog che vorrei riuscire a proporre è simile a questo. un mio spazio di sfogo riflessivo, ma anche un vostro luogo – interagibile – da dove potreste trarne qualcosa, che sia una semplice idea o una riflessione più profonda.
Ed è così che chiudo questo primo periodo di Kidisì: un terreno indefinito, idealizzato e contraddittorio, con una pubblicazione infima e una produzione inadatta.

Author’s Note: Aggiungo qui alcune cose che cambierò, ma che ho evitato di dire nel post per evitare di renderlo “solo” un aggiornamento. Prima di tutto differenzierò tra post e articoli (ci saranno, ma senza che mi blocchino dal fare altro), toglierò la numerazione, probabilmente cambierò grafica del blog. I disegnini sono ancora indeciso se tenerli o meno – insomma, cambieranno un po’ le cose. Aspettatevi post più frequenti.
